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“…Io sostengo che l’impresa debba essere vendibile e per esserlo deve essere proceduralizzata.

Per evolverla ci vuole tecnicatalento. Mi si potrebbe obiettare: per proceduralizzare un’azienda occorre solo la tecnica.

Se io sono ordinato e so scindere un processo geometrico, se io so scomporlo nelle operazioni elementari e integrarle in un sistema altamente funzionale, ho bisogno di una tecnica molto accurata, non di talento (bisognerebbe analizzare le implicazione dell’antico concetto di techne e ripensarlo all’interno dell’azienda).

Quindi in questo caso non vince chi ha l’idea migliore (talento?) ma chi la sa realizzare. Quanti hanno la stessa idea? Tanti; ma solo pochi la sanno realizzare.

Quanti hanno pensato che vendere online sarebbe stato il futuro? Ma non tutti quelli che lo pensano poi lo sanno fare. Forse si può pensare che io mi stia contraddicendo se poi mi riferisco con passione al talento.

Il business anglosassone funziona perché hanno la tecnica: sanno come fare, hanno le procedure. Ecco perché sono così “fissati” con la creatività: perché non ce l’hanno davvero (come non ce l’avevano i Romani rispetto ai Greci). Si può dire che anche l’avere un’ottima tecnica è un talento, però poi si sarebbe costretti ad ammettere che non si può imparare.

Il talento sta nel come realizzo qualcosa di concreto, non nel come gestisco un processo. Il talento sta nel come taglio una tomaia, nel come saldo un pezzo, nel come salo un prosciutto, nel come traccio una linea. Il talento sta proprio in ciò che non può essere proceduralizzato (è quello che chiamo alto valore aggiunto).

Quindi facendo una sintesi potrei dire: noi italiani che abbiamo così tanto talento dovremmo imparare ad introdurre un 20% di procedure per non sperperare reddito operativo, per avere aziende efficienti, competitive. scarsamente imitabili. Invece noi esportiamo il nostro talento all’estero con il doppio effetto negativo: restiamo senza talenti che potrebbero dare impulso a business importanti qui e non abbiamo aziende funzionali.…”

Traiamo spunto da questa riflessione dell’amico Prof. Simone Brancozzi per ribadire l’importanza di far evolvere il nostro management verso orizzonti in cui l’impresa sappia auto-misurarsi anche negli aspetti qualitativi capaci di essere motore del progresso interno sia produttivo che amministrativo, il progresso, quello che nasce dal cuore del progetto imprenditoriale, sa essere motore dell’evoluzione, quella utile e necessaria, unico vero “asso nella manica” per garantire la continuità aziendale, pilastro della riforma della disciplina della crisi d’impresa.

Rendere efficace ed operativo un sistema di controllo in grado di fornire le informazioni in anticipo è l’unico modo per mantenere l’impresa sui binari della crescita e della flessibilità necessaria ad intuire il cambiamento in tempo per correggere la rotta.

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